L'impatto dei farmaci antiepilettici sulle capacità di apprendimento

 

Tra i bambini e gli adolescenti con epilessia, la prevalenza di disturbi cognitivi e comportamentali è maggiore rispetto ai loro coetanei non epilettici. In particolare, disturbi della memoria e deficit di attenzione sono tra le problematiche più frequentemente riportate.

Per poter spiegare questo fenomeno, bisogna prendere in considerazione molteplici aspetti:

- Il primo aspetto da considerare è il target genetico di ogni individuo, che deriva dal patrimonio genetico ereditato dai genitori e che può risentire di eventuali mutazioni o anomalie cromosomiche (ad esempio, un bambino nato da genitori cognitivamente molto dotati, avrà molto probabilmente un profilo cognitivo più alto, rispetto ad un coetaneo nato da genitori meno dotati). 

   - Il secondo aspetto è la presenza e la sede di eventuali lesioni cerebrali alla base dell’epilessia, come ad esempio una malformazione o una lesione corticale a livello dell’ippocampo, che probabilmente si accompagnerà ad un deficit di memoria.

- Il terzo aspetto è rappresentato dalle crisi epilettiche e dall’attività epilettica di per sé. Una forma severa di epilessia associata a molte crisi epilettiche con abbondanti anomalie all’elettroencefalogramma, specialmente durante il sonno, ha un effetto encefalopatico con ripercussioni sulle capacità cognitive.

- Il quarto aspetto è l’impatto psicosociale dell’epilessia. Per un bambino o un’adolescente, l’essere percepito dall’ambiente circostante come un “malato” ha un impatto negativo sull’autostima, sulle opportunità sociali e scolastiche, con conseguente rischio di problematiche comportamentali.

- Infine, l’ultimo aspetto da considerare è rappresentato dai farmaci antiepilettici, che agendo direttamente sui neuroni con diversi meccanismi d’azione, determinano una riduzione dell’eccitazione o un aumento dell’inibizione del neurone, alla base della loro azione antiepilettica, ma che al tempo  stesso potrebbe interferire anche sulle funzioni cerebrali.

In questo scenario è immediatamente comprensibile come sia difficile poter estrapolare il ruolo dei farmaci antiepilettici sulle capacità di apprendimento, data la stretta interconnessione di tutti questi fattori. È altrettanto comprensibile come spesso, principalmente i familiari dei bambini, identifichino nell’unico fattore tangibile (somministro il farmaco) la causa delle difficoltà del bambino, anche in virtù del fatto che in fase di introduzione e titolazione di alcuni farmaci antiepilettici possono presentarsi effetti collaterali transitori, come sonnolenza o difficoltà di concentrazione.

Da un’analisi della letteratura scientifica su questo tema emerge che le maggiori insidie nello studio degli effetti dei farmaci antiepilettici sulle funzioni cognitive e sul comportamento sono rappresentate da un’ampia fluttuazione cognitiva spontanea negli individui con epilessia; dallo studio dell'effetto acuto di farmaci senza valutarne la tolleranza; dall’estrapolazione di dati confrontando volontari sani con pazienti con epilessia; dal testare due o più farmaci contemporaneamente; dal confrontare due farmaci a dosi che non sono confrontabili; dall’enfatizzazione della significatività statistica oltre la rilevanza clinica.

Vermeulen e Aldenkamp, in una revisione di 89 studi effettuati in oltre 25 anni, concludono che nessuna risposta soddisfacente può essere data alla domanda sugli effetti cognitivi dei farmaci antiepilettici perché la maggior parte di questi studi non «soddisfano gli standard basilari di metodologia, disegno e analisi ".

Ad oggi, tenuto conto dei limiti esposti, ci sono evidenze scientifiche sull’impatto negativo su attenzione e memoria del fenobarbital,  e su attenzione, memoria e linguaggio del topiramato, somministrati in età pediatrica. Per tutti gli altri farmaci antiepilettici i dati presenti in letteratura sembrerebbero non dimostrare un impatto negativo sulle funzioni cognitive e sull’apprendimento.

In definitiva, i farmaci antiepilettici possono avere un impatto «potenzialmente negativo» sulle funzioni neuropsicologiche, ma il loro effetto in termini di controllo delle crisi, a sua volta, può avere un effetto «sicuramente positivo» sul piano cognitivo e del comportamento.

Per questo motivo la terapia dell’epilessia deve essere mirata al controllo delle crisi epilettiche con l’utilizzo del minor numero di farmaci ed alla dose minima efficace.

 

dr.Tullio Messana 

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